Lasciare il segno
Con Roberto Calcaterra
È il tempo che dedichi a qualcosa, a qualcuno che realmente ne definisce il valore che ha per te.
È l’attenzione e la cura che impieghi che gli impartisce e ne accresce questo valore.
Ecco, credo che lasciare il segno significhi partire da questo. Cambiare le persone che incontriamo lungo la nostra strada, influenzandone positivamente la storia ed i sogni. E devo dire che, nel mio percorso, dentro e fuori la vasca, ne ho incontrate diverse così. E ho capito che saper trasferire agli altri la fiducia, il rispetto e l’attenzione che riserviamo loro significa alimentare quel loro sogno.
È l’estate del 2013 quando, in piscina a Lignano un Antonio poco più che bambino ha l’occasione di conoscere, nell’anno del suo ritiro da giocatore, Roberto Calcaterra. Da celebre pallanuotista del Settebello con cui ha vinto tutto, dal campionato del mondo di Roma 1994 alla medaglia olimpica ad Atlanta 1996, passando per i tanti successi con i club, a dirigente sportivo. Ed, in parallelo, a partire dal 2009, attivo con RC6 nel mondo dei camp e tornei giovanili, scelti oggi da migliaia di ragazzi e famiglie, estesi anche ad altre discipline (dal nuoto artistico alla danza), e tra i più noti del settore. Insomma, nasce di lì a poco la disponibilità, assieme ad un altro storico collaboratore di Roberto, Stefano Begni, di far provare al piccolo Antonio qualcosa di nuovo, la pallanuoto appunto.
Negli anni, come sapete, la mia strada ha compiuto una virata decisa che mi ha portato a scegliere come unica disciplina il nuoto, imboccando di fatto un diverso sentiero, ma con Roberto è nato qualcosa di più di una semplice settimana condivisa, di più di un ritrovarsi ogni anno nel periodo estivo nella stessa piscina. Sono nate amicizia e stima. E con lui, in queste righe, cercherò di affrontare “cosa significa trasmettere il valore dello sport, ed alcuni principi connessi, alle nuove generazioni”.
Lasciare il segno. È la tua frase, il tuo claim, Roberto. Ti accompagna nella tua sfida ed è ben impressa sui tuoi costumi. Spesso, quando l’asticella si alza, si cade nella tentazione di associare il lasciare il segno con il vincere, con il riuscire ad incidere il nostro nome sull’Olimpo, tra i più grandi. E che questo voglia dire essere ricordati dalla storia, in eterno. Ma negli anni, prima da giocatore, poi con un piede dentro ed uno fuori dalla vasca, cosa pensi abbia davvero avuto il potere di lasciare il segno in te? Davanti alle medaglie, prima dei trofei.
Lasciare il segno per me ha un valore che va oltre la medaglia, la vittoria. Significa lasciare un messaggio di esempio. Significa ritrovare, a distanza di anni, ormai 17 di attività, un episodio, un tratto indelebile in quello che io avevo visto bambino, e che oggi è un uomo.
Se mi chiedi, invece, cosa abbia lasciato il segno nella mia vita, ti posso rispondere, forse, CHI, al di là degli innumerevoli episodi che sono scritti dentro di me. La mia famiglia, con i valori con cui i miei genitori mi hanno cresciuto, primo tra tutti l’umiltà, sempre, nello sport e fuori. E poi tre figure cardini, che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia carriera: Gabriele Pomilio, che a livello dirigenziale mi ha trasmesso tanto in termini gestionali. Ho avuto un allenatore che mi ha educato al sacrificio, il saper soffrire, Ratko Rudić. E poi i tanti compagni, uno su tutti Manuel Estiarte, che è stato per me un leader, e soprattutto mi ha insegnato come deve essere un leader. Porto con me questo loro tratto, indelebilmente, e cerco di viverlo e trasferirlo, ai ragazzi che seguo oggi, così come ai miei ex compagni di club e nazionale, e non solo.
Più volte mi hai raccontato episodi della tua carriera, spesso per farmici immedesimare, così da aiutarmi. Ricordo l’anno scorso, l’ultima volta che ci siamo visti prima della mia partenza per i Giochi di Parigi. Le vigilie, le vittorie, e anche le sconfitte dolorose che, anche qui, lasciano il segno. Ecco, tutto questo per chiederti, nel trasmettere alle nuove generazioni qualcosa, sia essa lo sport o mille altre dinamiche, quanto credi sia utile essere, ai loro occhi, autorevoli? Aver vissuto certe dinamiche?
Aver vissuto un determinato momento è basilare, perché puoi portare una testimonianza. È un po’ come quando educhi un figlio. Cercando di consigliarlo, dove già puoi aver commesso un errore te.
In carriera ci sono state sconfitte e vittorie, episodi vissuti positivamente e non, cose che non rifarei e che vorrei provare a fare perché non fatte, ma, come ti dicevo - e lo ricordo bene il tuo stato d’animo prima di Parigi - devi goderti quel momento, con medaglie ottenute o mancate: si chiama “l’esperienza dello sportivo”. A rimanermi veramente è l’aver vissuto quegli attimi, quelle emozioni con i miei compagni di squadra e con chi mi era vicino. Non mi manca l’agonismo oggi, non ho alcuna medaglia esposta in casa (sono tutte in una scatola!), ma a valere per me è ciò che ho vissuto, fortunato nell’averlo potuto fare. È questo che ti da’ quella spinta in più quando cerchi di trasmettere un messaggio a chi ti sta ascoltando.
Il nostro riuscire ad avere successo, nella vita come nello sport, dipende da predisposizione, dedizione, passione e, in parte, fortuna. Ma anche dal contesto, credo. Dall’ambiente che ci circonda, che ci alimenta e ci, vogliamo o no, influenza. La tua è una famiglia di campioni, tuo fratello Alessandro, te, ed ora Enrico, tuo figlio. Hai difeso i colori dei più prestigiosi club della tua disciplina, e visto crescere giovani talenti, fino a diventare grandi giocatori. Come si diventa un campione? E ancora prima, cosa significa per te ‘campione’?
Prima di tutto, permettimi di dire che per me il campione è a 360. Riuscire ad esserlo passa dal come vinci, dal come gestisci quel tuo percorso. Essendo colui che va oltre l’essere predisposto, allenarsi ed ottenere titoli, mostrandosi veramente e credendo fortemente nel valore dell’esempio, e nell’esserlo umilmente. Mi torna in mente quando, smesso di giocare ed iniziata la nuova avventura, chiamavo allenatori di ogni genere del mio sport, addetti ai lavori dunque, e mi presentavo: «Ciao, sono Roberto Calcaterra, non so se mi conosci…» e loro ridevano, stupiti dal fatto che io mi ponessi in questo modo, quasi manifestando loro il dubbio che mi conoscessero o meno. Ma è così, il rispetto per le persone, per come vivi e ti relazioni è ciò che ti qualifica. È l’essere il vero campione. Diventare campione è un percorso, si incontrano sfide, a volte si gioisce, altre si piange, ma le si affronta, sapendo dare sempre di più.
La pallanuoto, così come i contesti in cui per portare a termine la missione deve emergere la giusta alchimia del gruppo, è questione di equilibrio. E di attimi e scelte. Quando tutto si decide all’ultima azione, e si crea l’emblematica situazione in cui chi attacca si schiera a mezzaluna e palleggia per trovare il varco per andare al tiro, e andare a segno. Il tempo scorre alla rovescia, ma è necessario mantenere la calma e non scomporsi. Un esempio del lavorare sotto pressione. Cosa respiri in quei secondi decisivi? Quando il tuo destino è nelle mani degli altri, o quello di tutto il team nelle tue?
Ti posso portare anche qui un esempio. C’erano dei compagni con cui magari fuori dall’acqua non riuscivo a stare, per interessi diversi, ma erano quegli stessi che sentivo di volere accanto, nel momento decisivo, in acqua. Erano in grado di prendersi la responsabilità dell’azione, dove serviva, senza tirarsi indietro, ma altrettanto capaci di non comprometterla per mettersi in mostra, e prevalere sugli altri, forzando magari una determinata giocata. Insomma, tutto per il bene della squadra. Devi saper leggere quello che sta accadendo, alla fine è uno sport di situazione, e mantenere la lucidità.
In quell’attimo è come se, quando il cronometro scorre veloce, tutto, in te, rallentasse. L’azione, la velocità della palla, il gesto tecnico, il tempo. Sei lì, a pensare alla soluzione da trovare, momenti di tensione dove però tu arrivi pronto, perché per quell’attimo ti sei ampiamente preparato.
E pensi all’errore in quel frangente? Al “e se sbaglio”?
Quello lo pensa chi ha paura. In quel momento, così facendo non prendi la situazione in pugno. Accade, a volte. Anche a me è capitata la giornata in cui, non sentendomi sicuro, avrei sperato - e non mi vergogno a dirlo - che la palla non arrivasse a me. Ma sono stati, fortunatamente, molti di più quelli in cui speravo arrivasse. Ed è arrivata. Lasciando ricordi indelebili. A me, e a chi avevo accanto.
Un grazie speciale a Roberto, per la sua storia, esperienza, passione. Per il saperlo amico, lato mio, ma ancor prima insegnante di come non conta sempre e solo il veder quella palla varcare la porta. Perché è vero, a volte vinciamo, a volte ne usciamo delusi e con le ossa rotte, ma come ogni nostro obiettivo, un match di pallanuoto è saper stare, costruire ed andare avanti con chi vuole starci accanto. Nonostante tutto, coesi e pronti a determinare il nostro percorso in ogni istante. Pronti a lasciare il segno.
Alla prossima settimana.


